Il Grande maestro russo David Paravyan è considerato uno dei protagonisti più interessanti della nuova generazione scacchistica. Nato nel 1998, ha ottenuto il titolo di GM nel 2017 e negli ultimi anni si è affermato stabilmente sulla scena internazionale. Il suo risultato più prestigioso è la vittoria al Gibraltar Masters nel 2020, uno degli open più forti del mondo, dove riuscì a superare numerosi grandi maestri di élite. Oltre all’attività agonistica, Paravyan è apprezzato anche come specialista nella preparazione delle aperture e collabora nella preparazione di altri top player. Dopo sette turni dell’Aeroflot Open 2026, David Paravyan è tra i leader del torneo con 5,5 punti, a mezzo punto dal primo posto occupato da Ian Nepomniachtchi.
In questa intervista abbiamo parlato con lui di psicologia negli scacchi, di percezione dell’avversario e di come, a volte, gli errori nascano non dalla posizione sulla scacchiera ma dalla mente del giocatore.
David, ha un rapporto speciale con l’Italia?
Bella domanda. In realtà non sono mai stato in Italia, ma mi piacerebbe moltissimo andarci. Mio nonno era un grandissimo fan dell’Italia. Quando ero bambino mi portava spesso ai tornei di scacchi ed era una persona davvero molto vicina a me. Ha vissuto tutta la sua vita nell’Unione Sovietica e ha sempre sognato di visitare l’Italia almeno una volta. All’epoca non era facile viaggiare all’estero. A volte riusciva a uscire dal Paese, ma l’Italia per lui era qualcosa di completamente diverso, quasi un altro mondo. Poi, credo intorno al 2010, riuscì finalmente ad andarci: visitò Venezia e Roma. Era entusiasta, davvero felicissimo. Aveva realizzato il suo sogno. Per questo motivo l’Italia ha per me un significato particolare.
Se Le proponessero di giocare un torneo in Italia e potesse scegliere una città o una regione, dove Le piacerebbe andare?
La prima cosa che mi è venuta in mente è Milano. Mi piace il calcio e magari andrei a vedere una partita dell’Inter o del Milan. Certo, c’è anche Torino con la Juventus, poi Roma con altre grandi squadre… ma la prima città che mi è venuta in mente è Milano. Poi ovviamente Venezia e Roma: sono città bellissime. In realtà c’è davvero molta scelta. La mia amica, anche lei scacchista, Olga Badelka, è una grandissima fan dell’Italia. Ci è stata diverse volte. Se non sbaglio ama soprattutto Napoli. Racconta sempre che ovunque si vada si trova un caffè perfetto a un prezzo molto ragionevole e che il cibo è fantastico. Quindi sì, molte persone a me vicine sono grandi fan dell’Italia.
Allora La aspettiamo in Umbria. È una regione dell’Italia centrale, molto ricca di cultura, arte e con una natura straordinaria. Io rappresento l’associazione A.S.D. “#Chess4Life”, che si trova nella città di Spoleto, uno dei centri più importanti della regione. Sono anche coach del club e mi occupo degli aspetti psicologici del gioco. Per questo oggi mi piacerebbe parlare proprio della psicologia negli scacchi. Ieri ho visto una Sua breve intervista sul sito dell’Aeroflot Open 2026 che mi ha colpito molto e vorrei partire proprio da lì. Lei ha detto che ieri ha vissuto il più grande shock della Sua vita riguardo alla prima mossa: si era preparato per una cosa, aveva dormito poco e ha giocato una mossa diversa da quella prevista. Ha anche raccontato che il Suo avversario durante la partita ha pensato che si trattasse di una grande novità teorica e alla fine la posizione è migliorata a Suo favore, e Lei ha poi vinto la partita. Possiamo dire che a volte l’avversario pensa che abbiamo un piano geniale, ci sopravvaluta e finisce per peggiorare la propria posizione. Le succede spesso?
Sì, succede. Proprio oggi ho giocato una patta con Alexey Grebnev e a un certo punto ho avuto esattamente la stessa sensazione. Lui giocava molto velocemente, la posizione era più o meno equilibrata… e io ho iniziato a pensare che avesse un grande piano nascosto. Ho speso molto tempo cercando di capire come difendermi. Ma a volte la minaccia sembra più forte della realtà. In realtà lui non stava nemmeno guardando in quella direzione. Io però ho perso tempo a cercare difese contro qualcosa che non esisteva. Quando ho capito che quel piano non c’era, mi sono sentito ancora peggio: avevo semplicemente sprecato tempo. Certo, a volte il grande piano esiste davvero, quindi non bisogna essere troppo ingenui. Però spesso succede il contrario: in realtà non c’è nulla di straordinario, ma l’avversario pensa che ci sia. Magari perché parte dalla reputazione del giocatore. Pensa: “È un giocatore forte, quindi ci sarà sicuramente un’idea molto profonda”. E allora decide di giocare in modo più passivo solo per evitare problemi. In questo senso sì, la psicologia negli scacchi ha un ruolo enorme.
Possiamo dire che si tratta di una sorta di distorsione cognitiva, quando la percezione non corrisponde alla realtà. Quanto incide la psicologia sul risultato di una partita?
Da un lato moltissimo. Se consideriamo anche la disciplina come parte della psicologia, allora direi al massimo livello. Oggi ci sono centinaia di giocatori molto ben preparati tecnicamente. Molti capiscono il gioco molto bene. Ma se parliamo di qualcuno che non perde mai il controllo, non ha paura e mantiene sempre equilibrio… secondo me è Magnus Carlsen.
Da cosa nasce questo vantaggio?
Dal controllo di sé, in senso ampio, e da una profonda comprensione di ciò che serve dal punto di vista psicologico. Persino quello che oggi chiamiamo time management, la gestione del tempo, secondo me è psicologia: come controlli il tempo e su cosa lo spendi. Oggi tutti vedono più o meno gli stessi schemi, soprattutto con il computer. Se ti alleni molto e hai talento naturale, alla fine resta soprattutto la psicologia. Ma la psicologia è una scienza estremamente complessa. Non è qualcosa che si risolve con una sola seduta.
Posso condividere il mio punto di vista su Magnus?
Certo.
Mi sembra che nel suo caso funzioni una combinazione di fattori: tecnica straordinaria, attività sportiva regolare, controllo emotivo, sonno adeguato e un’alimentazione sana. Sa gestire molto bene energia, focus e pensiero.
Sì, direi che non siamo molto lontani nelle nostre opinioni. Lo sport è molto importante. Anche Nodirbek Abdusattorov è molto forte da questo punto di vista. Ma la psicologia è molto ampia. In alcuni aspetti Magnus riesce semplicemente a gestire certe cose un po’ meglio.
Ieri ho intervistato Andrey Esipenko e mi ha detto che si è appassionato al padel e che gioca anche durante il torneo. Lei invece?
In realtà giochiamo a padel insieme, anche se non qui. Ho sentito opinioni diverse su questo: alcuni dicono che durante un torneo forse non è il momento migliore per fare troppo sport, perché consuma energia. D’altra parte può aiutare a scaricare la tensione dopo la partita. Forse per Andrey funziona. Io non sono ancora sicuro. Magari in futuro farò più sport durante i tornei.
Nel 2020 ha vinto il Gibraltar Open. Dal punto di vista psicologico cosa Le ha lasciato?
È difficile dirlo. Avevo una specie di sogno: volevo vincere un grande torneo. Gibraltar era un torneo enorme, probabilmente il più forte open del mondo in quel momento. Ho realizzato quel sogno. Poi è arrivato il Covid e tutto è cambiato. Non direi di aver perso la motivazione, ma è stato un periodo strano. Ricordo però che a Gibraltar dormivo perfettamente. Il sonno è fondamentale. Dopo il Covid, nei tornei il mio sonno è peggiorato e questo influisce molto sull’energia.
Se durante la partita sente che le emozioni prendono il sopravvento, ha un modo per gestirle?
Penso che quando le emozioni prendono il sopravvento spesso è perché hai molta energia che non riesci a gestire bene. In quel momento bisogna calmarsi e fare una mossa tranquilla. E chiedersi: “Che cosa vuole davvero il mio avversario?” Questo lo diceva anche Petrosian. È una domanda molto utile. Magari l’avversario non vuole nulla di speciale, allora perché forzare qualcosa? Basta fare una mossa semplice e utile.
Se immaginiamo la squadra ideale per un top player, secondo Lei serve uno psicologo sportivo o un coach?
Dipende dal budget. Se il budget è buono, allora sì. Prima di tutto metterei il lavoro scacchistico, ma anche un buon clima nel team è molto importante. Se ci sono risorse, lo psicologo può essere il passo successivo.
Il Suo compleanno è vicino. Qual è il Suo desiderio principale per il 2026?
Il mio amico Andrey Esipenko sta giocando il Torneo dei Candidati. Mi piacerebbe molto che lo vincesse. Ma soprattutto che giochi davvero bene e mostri il suo livello. Io lo aiuto nella preparazione. Dopo questo ciclo mi piacerebbe tornare a giocare di più.
Come si vede negli scacchi tra cinque anni?
Penso che sarò un giocatore più completo di oggi. Spero di essere soddisfatto del mio gioco. Credo anche di essere un buon specialista nelle aperture e in futuro mi vedo anche come allenatore di un top player. In generale sono ottimista.
Le auguriamo molta fortuna e La aspettiamo in Italia.
Grazie.
Intervista da Mosca a cura di:
Elena Stepanova
Inviata speciale ASD #Chess4Life
