Vladimir Potkin: il grande maestro e stratega che ha guidato Karjakin e Nepomniachtchi ai vertici degli scacchi mondiali

Grande maestro internazionale, campione europeo e uno dei più rispettati allenatori della scuola scacchistica russa, Vladimir Potkin è una figura chiave degli scacchi contemporanei. Nato a Rybinsk in una famiglia di scacchisti — con la madre giocatrice di prima categoria e il padre Aleksej forte giocatore e organizzatore — Potkin è cresciuto nel mondo degli scacchi fin dall’infanzia. Negli anni si è affermato non solo come giocatore, ma soprattutto come allenatore di vertice: ha guidato il team di Sergey Karjakin nel Torneo dei Candidati di Mosca 2016 e nel match per il titolo mondiale a New York. Successivamente ha lavorato con Alexander Grischuk e ha guidato lo staff di Ian Nepomniachtchi, vincitore del Torneo dei Candidati 2020 a Ekaterinburg. Vladimir Potkin è oggi uno dei principali rappresentanti della tradizione della scuola scacchistica russa.

Vladimir, ha un rapporto speciale con l’Italia?

Sì, l’Italia è un paese meraviglioso e abbiamo molti amici lì. Manteniamo ottimi rapporti: gli scacchisti sono sempre stati molto uniti. L’Italia, come organizzatrice di tornei, ha sempre trattato molto bene gli scacchisti russi e ci accoglie con grande calore durante le competizioni. Inoltre, durante il periodo del Covid, proprio quando la pandemia era appena iniziata e tutti eravamo chiusi in casa, abbiamo iniziato a organizzare match online tra la squadra giovanile russa e la nazionale italiana. Un mio amico, Luca Barillaro di Bologna, grande appassionato e organizzatore di scacchi, è stato uno dei principali promotori di questa iniziativa. Abbiamo iniziato a giocare e poi molti hanno raccolto l’idea: si sono diffusi tornei a squadre giocati da casa. Gli scacchi online tra paesi diversi, in un’atmosfera amichevole, hanno avuto uno sviluppo davvero positivo. Da allora manteniamo rapporti molto cordiali con gli scacchisti italiani. Siamo sempre felici di ospitarli, così come siamo felici quando i nostri scacchisti vengono invitati in Italia.

Nel nostro club io mi occupo degli aspetti psicologici: sono la coach ufficiale del club. Vorrei quindi chiederle: quanto conta la psicologia nel risultato di una partita?

La psicologia ha ovviamente un’enorme influenza. Certo, c’è il genio Robert Fischer, che diceva: «Io non credo nella psicologia, credo nella mossa forte». Ma Fischer è uno su un milione. Anche nel suo caso la psicologia ha avuto un ruolo importante. Ricordiamo il suo match contro Boris Spasskij: la tensione psicologica era enorme. Oggi, inoltre, la preparazione teorica dei giocatori si è molto livellata. Tutti hanno accesso ai computer e alle banche dati. Di conseguenza gli scacchisti cercano sempre più risorse negli aspetti psicologici: come creare pressione sull’avversario, come giocare nelle condizioni più confortevoli per sé. Gli scacchi, in fondo, rivelano il carattere e la personalità di chi gioca. È una vera lotta tra due persone. Se uno dei due è molto sicuro di sé, l’altro inevitabilmente sente pressione. È come se fossero due vasi comunicanti durante la partita. La psicologia è importante sia per i ragazzi che muovono i primi passi negli scacchi — perché si sentano motivati e provino piacere nel gioco — sia ai massimi livelli, nei match per il titolo mondiale, dove il prezzo di un errore è altissimo e in palio c’è il sogno di ogni scacchista.

Molti grandi maestri durante questo torneo mi hanno detto che oggi la preparazione tecnica è quasi uguale per tutti. Di conseguenza la psicologia diventa decisiva, insieme allo stile di vita: sonno, alimentazione, sport. Spesso si cita Magnus Carlsen come esempio di giocatore molto attento a questi aspetti. Cosa ne pensa?

Come continuatori della scuola scacchistica sovietica e della cultura scacchistica russa, seguiamo molto l’eredità di Mikhail Botvinnik. Lui diceva che negli scacchi non esistono dettagli insignificanti. Dava enorme importanza al regime quotidiano e alla preparazione psicologica. Chiedeva persino ai suoi secondi, durante le partite di allenamento, di fumare e di accendere la radio per simulare le distrazioni e la pressione che avrebbe potuto incontrare durante un torneo. Anche la forma fisica è importante: il regime della giornata, il momento giusto per prepararsi prima della partita e allo stesso tempo arrivare al tavolo riposati, con la mente pronta a lavorare al meglio. Come diceva Mikhail Tal: «La mia testa è piena di sole». Non è solo una bella immagine: descrive lo stato mentale ideale dello scacchista durante la partita. Gli scacchi sono allo stesso tempo sport, scienza e arte. L’elemento creativo è fondamentale. Per questo un giocatore deve essere di buon umore, fiducioso, in equilibrio. Nulla può essere trascurato. Per quanto riguarda Magnus Carlsen, ha probabilmente la squadra più professionale al mondo. È al vertice della classifica mondiale da più di dieci anni. Ho avuto modo di confrontarmi con il suo team durante i match per il titolo mondiale, ad esempio quando Sergey Karjakin giocò contro Carlsen nel 2016 a New York e più tardi durante il match di Ian Nepomniachtchi a Dubai. Carlsen, dopo aver raggiunto un livello incredibile negli scacchi puri, ha iniziato a cercare nuove fonti di miglioramento in altri ambiti: alimentazione, preparazione fisica, gestione del picco di forma per i tornei più importanti. Molti sport possono insegnare qualcosa anche agli scacchi.

Durante un torneo importante come l’Aeroflot Open, quando si gioca per molti giorni consecutivi, come dovrebbero passare il tempo i giocatori tra un turno e l’altro?

Prima di tutto bisogna dire che l’Aeroflot Open è un torneo eccellente. Il formato con partite di un’ora è molto interessante: è una novità degli organizzatori che permette di giocare due turni al giorno ma anche di avere tempo per recuperare e prepararsi. Per quanto riguarda il regime quotidiano, è molto individuale. La cosa principale è restare in buone condizioni, in equilibrio. Non essere troppo rilassati ma nemmeno troppo tesi. È importante avere una routine: andare a dormire in orario, svegliarsi con calma, fare un po’ di esercizio, una buona colazione, un minimo di preparazione. Ma anche sapersi disconnettere e recuperare tra un turno e l’altro. Botvinnik, ad esempio, consigliava anche un breve sonnellino. Se riesci a dormire venti minuti tra le partite, puoi tornare alla scacchiera molto più fresco per il secondo turno. Lo stato del giocatore è fondamentale, perché l’errore può arrivare in qualsiasi momento della partita: non solo in apertura o nel finale.

Parlando di colazione. In Italia spesso è cappuccino e cornetto. Non è l’ideale per un atleta, ma molti scacchisti lo fanno comunque. E i giocatori russi?

In Italia c’è una vera cultura del cibo e l’alimentazione ha grande importanza. So anche che il cappuccino si beve solo a colazione, mentre la sera si prende un espresso. In Russia la tradizione è diversa. Al mattino si mangia qualcosa di più sostanzioso: porridge, formaggio, magari bliny. C’è un proverbio russo: «Fai colazione da solo, dividi il pranzo con un amico e dai la cena al tuo nemico». Per questo molti scacchisti russi preferiscono una colazione nutriente, per avere energia per tutta la giornata. Però è importante non mangiare troppo vicino alla partita. Se il turno è alle 12, è meglio fare colazione verso le 9, così il corpo ha il tempo di digerire e la mente può concentrarsi completamente sugli scacchi.

Vladimir, per chi fa il tifo in questo torneo?

Sono felice di vedere che Ian Nepomniachtchi ha ritrovato il suo gioco ed è di nuovo vicino alla vittoria dell’Aeroflot Open. Ricordo quando lo aiutai durante il suo primo Aeroflot: allora si qualificò per i supertornei di Dortmund e quello fu un passo decisivo nella sua carriera, quando iniziò a viaggiare e giocare con leggende come Vladimir Kramnik. Sono anche contento per Arsenij Nesterov, campione di Russia in carica, che è rimasto tra i leader fino all’ultimo turno e ha lottato per la vittoria. Ci sono molti giovani interessanti. È bello vedere qui anche il giovane talento Faustino Oro, che ha la possibilità di ottenere la norma di grande maestro. Lui stesso ha detto di essere cresciuto studiando la scuola scacchistica russa. Anche se non dovesse riuscirci questa volta, sono sicuro che questa esperienza sarà una pietra importante nella costruzione della sua carriera, proprio come accadde a Magnus Carlsen quando giocò qui all’Aeroflot. E infine è fantastico vedere molte forti giocatrici partecipare al torneo: nei tornei misti possono acquisire un’esperienza molto preziosa.

Intervista da Mosca a cura di:
Elena Stepanova
Inviata speciale ASD #Chess4Life

Vladimir Potkin: il grande maestro e stratega che ha guidato Karjakin e Nepomniachtchi ai vertici degli scacchi mondiali
Torna su